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Da "Voce Amica", mensile cattolico cernuschese, numeri di maggio e giugno 1982

56 ANNI PER IL VANGELO - PADRE CARLO DELLA TORRE

Parte prima

Nel periodo pasquale, ci è giunta una dolorosa notizia dalla Thailandia: Padre Carlo Della Torre, primo missionario partito da Cernusco nel lontano 1926 si è spento dopo una lunga sofferenza il giorno 4 aprile, "domenica delle Palme". Forse la notizia non è giunta a tutti o non avrà colpito fino in fondo la nostra attenzione, questo perchè Padre Della Torre è partito 56 anni fa quando Cernusco contava circa 5.000 abitanti e non ha più voluto tornare. Di lui, si ricorderanno soprattutto gli anziani che lo hanno conosciuto. In questi ultimi anni, alcuni suoi parenti e alcune persone hanno avuto modo di incontrare e conoscere personalmente questo umile grande uomo di Dio e sono rimsate colpite soprattutto da tutte le sue opere, come il dirigere un ospedale per poveri, costruire scuole, ma soprattutto come era sempre stato suo grande desiderio, fondare un Istituto di sacerdoti e suore indigene affinché venendo a mancare in futuro i missionari europei, la chiesa locale abbia a poter continuare l'opera di evangelizzazione.
Egli ha ottenuto tutti questi risultati confidando nella sua grande Fede e nella sua infinita devozione alla Madonna, devozione che l'ha aiutato negli ultimi anni a sopportare in maniera quasi "inumana" le pesanti sofferenze della malattia che lo ha portato alla morte. Chi lo ha assistito durante gli ultimi mesi, ricorda che mai un lamento è uscito dalle labbra di Padre Carlo anche durante le medicazioni molto dolorose cui veniva sottoposto e che nelle sue mani come per tutta la vita, non è mai mancata la Corona del Santo Rosario.

Riteniamo almeno doveroso fare conoscere a tutti la sua vita, offerta per l'evangelizzazione di paesi in cui Cristo non era ancora conosciuto perchè diventi un esempio di vita cristiana per tutti noi.

Ci aiuteremo con le Sue Memorie autografe gentilmente dateci dai parenti.

"Colui che scrive nacque nel 1900. Fu chiamato al servizio militare due volte nel 1917 poi rimandato e richiamato di nuovo nel 1920. In seguito, per la morte del genitore fu esonerato dal servizio militare e tornato a casa, continuò ad appartenere all'Associazione Cattolica giovanile per la spiegazione del catechismo. Su esortazione del confessore ordinario, presi parte giornaliera alla S. Messa, comunione, meditazione e visita al Santissimo Sacramento. In seguito un giorno vidi in alto nell'aria una bella figura di giovane sposa con un bimbo sul braccio sinistro che guardava in terra, poi svanì. Non compresi nulla, perché mai vidi una simile figura: solo quando entrai nel seminario di Ivrea compresi la cosa. Non feci parola a nessuno di ciò che vidi. In seguito andai a trovare il mio confessore e senza che gli parlassi mi disse subito: senti Carlo lascia da parte studi e ogni altra cosa perché tu devi andare a farti sacerdote e fondare un Istituto! Rifiutai, asserendo di dover aiutare la madre e la famiglia. Continuai li mio modo di vivere, però il confessore di tanto in tanto mi ripeteva l'invito. Così ne feci parola alla madre che mi disse: pensaci bene, perché parecchi sono andati per farsi sacerdoti, religiosi e religiose, ma quasi tutti sono tornati a casa.

Passò così qualche tempo, poi incominciai a sentirmi male internamente. In seguito fui corteggiato da una ragazza che desiderava sposarsi e le risposi di attendere perché ero troppo giovane. Scrissi questo su una lettera e la chiusi in una busta. Era giorno di domenica ore due dopo pranzo. Sentii però una voce distinta che mi disse: non è questa la tua vita da seguire. Rimasi stupefatto perché non vidi persona essendo la camera chiusa. Visto ciò presi la busta e la stracciai, ma non dissi nulla al confessore. Parlai alla madre di nuovo perché mi sentivo male internamente. La madre disse: sei veramente deciso? ebbene sono anch'io contenta, però a una condizione, di non tornare indietro neanche per farvi visita alla madre malata o morente. Promisi.

Poi avvisai il confessore e dietro suo interessamento ai primi di dicembre del 1923 partii per l'Istituto di Ivrea. Nell'ottobre 1926 partii per la Cina (Macao). Nel 1927 fui mandato in Siam (Thailandia) e nominato assistente dei chierici. In seguito fui incaricato anche della cucina e diventai assistente anche di una dozzina di ragazze adulte; ma la situazione critica di un chierico che vive ed insegna alle ragazze esisteva. Chiesi al Superiore di missione di esonerarmi dall'incarico della cucina ma non me lo concesse. Andai in Chiesa e pregai per cercare la via giusta per fare l'Istituto: una voce distinta uscita dal Tabernacolo disse: attendi dopo il sacerdozio. Passato qualche giorno in preghiera dissi a me stesso: a casi estremi bisogna prendere rimedi estremi: andai dal direttore e chiesi di fare digiuno ogni giorno eccetto domenica e festivi per allontanare il pericolo umano di dover lavorare in mezzo alle ragazze. Il direttore acconsentì. Al mattino una tazza di caffè con una fetta di pane. Al mezzogiorno due banane e un piatto di riso e alla sera allo stesso modo.

Continuai così fino al sacerdozio. Andai poi dal Capo Missione e gli dissi: in tutte le residenze della missione non ci sono suore indigene che aiutano, costituiamo una congregazione indigena! Il Capo Missione pensò un momento poi prese la penna e scrisse: "si approva ad experimentum" e mi consegnò quello scritto. Dopo ciò parlai al personale di cucina e otto ragazze accettarono l'invito. Iniziai subito la formazione che esse accettarono con cuore. Poi scrissi le regole e le consegnai al Capo Missione. Aiutato dalla preghiera e questi due mezzi passai la situazione critica di tentazioni che durò circa sette anni, e ne uscii illeso. Arrivato al sacerdozio il mio fisico privo di vitamine era molto malandato. Chiesi di andare a rifarmi nella residenza di Thavà molto ricca di frutti. Intanto le suore di Maria Ausiliatrice si occuparono delle ragazze già formate e preparate per il noviziato". Dalle memorie autografe di Don Carlo Della Torre - Parte I.

Parte seconda

A Thavà mi trovai bene e passavo molto tempo in chiesa a pregare e guardavo la statua dell'Ausiliatrice. Una notte mentre pregavo al buio mi vidi davanti una figura di donna in veste bianca. Pensando che fosse la Madonna le chiesi se dovevo fare ciò che mi aveva detto il confessore quando ero ancora secolare. La figura chinando il capo disse: "sì, fiorirà dopo sei posti" poi svanì. Io intanto pensavo cosa volesse dire "dopo sei posti" e non capii. Don Candela venne a trovarmi a nome del Rettore e mi chiese perché ogni anno un bastimento carico di salesiani parte dall'Italia per il Siam e dopo poco tempo lo stesso bastimento riporta i salesiani in Italia. Io gli esposi i miei pensieri su questo problema. Don Candela mi pregò allora di ritornare a prendere le redini della Chiesa. Risposi che per allora mi sentivo troppo debole e avevo bisogno di rifarmi le forze fisiche. Non fece obiezioni. Rispose "ti concedo tutto ciò di cui hai bisogno".

Dopo sette mesi fui trasferito a Thamuang per tre mesi. Questa missione era molto povera ma mi trovai bene perché Don Giuseppe Pinaffo fu molto buono con me. In seguito venne la chiusura della scuola e il personale fu trasferito. Rimasi solo sul posto senza aiuti. Accolsi una dozzina di ragazzine sotto la cura di una vecchia suora indigena. Poi venne la guerra. Io intanto presi a formare quel gruppetto di ragazze alla vita religiosa.

Una notte, mentre pregavo nella mia camera, ebbi una visione: ero in una adunanza di tutti i Salesiani del Siam e c'era don Bosco che disse al Rettore: "questo l'ho bisogno io" e mi condusse fuori dall'adunanza; mi portò in un campo arido e mi disse: entra a lavorare. Esitai ma mi disse di nuovo: entra con coraggio, poi svanì.

Finita la guerra fu cambiato l'ispettore, e questi mi chiese di andarlo ad aiutarlo a Bangkok portando con me tutto il personale di cucina. Esitai ad accettare l'invito perché temevo che non avendo capito il mio obiettivo mi avrebbero molto ostacolato. Una notte mentre pregavo in camera mi vidi davanti Don Giovanni Bosco che mi disse: "vedi Carlo, i superiori di quaggiù ti dicono di no, mentre noi di lassù diciamo di sì".

Un altro giorno, mentre pregavo in chiesa guardando la statua dell'Addolorata la vidi seduta su di un trono, poi si alzò in direzione di Bangkok camminando nell'aria e mi fece cenno di seguirla.

Intanto l'Ispettore continuava ad insistere per l'invito. Allora chiesi di affittarmi un rai (1600 metri quadrati) di terreno per costruire una casetta in legno, perché il numero di ragazze era superiore ai bisogni della cucina. Mi fu concesso, così partii per Bangkok con una vedova di oltre 50 anni a capo del gruppetto di ragazze.

Passati alcuni mesi, l'Ispettore mi pregò di andare a trovare ed aiutare il parroco di un'altra missione per due giorni. Al mio ritorno trovai le ragazze nella casa che avevo fatto costruire perché erano state allontanate dalla cucina.

Un superiore, fermatosi in Bangkok mi chiamò e mi disse: prendi la tua valigia e parti immediatamente. Risposi: da quando sono qui fino ad ora tutto quello che ho fatto è stato sempre d'accordo con i superiori locali, ma se io partissi subito, non gioverebbe né all'onore della Congregazione, né il mio né quello delle ragazze. In coscienza non mi sento di accettare il suo invito. Le chiedo il permesso di fare questo Istituto. Rispose "no". Allora le chiedo il permesso di presentare il caso al vicario di Bangkok; rispose "no". Le chiedo questo permesso nel nome del Diritto Canonico; allora rispose "si". L'Ispettore allora mi mandò dal Vescovo di Bangkok che mi ricevette cordialmente e mi disse: riunirò il Consiglio per decidere.

Ma poi si ammalò di tifo. Passarono diversi giorni poi fui chiamato dall'Ispettore che mi diede una scadenza per la risposta. Tornai dal Vescovo e gli raccontai la cosa. Monsignore mi disse: stasera farò il Consiglio. All'indomani fui da lui che mi presentò una lettera per l'Ispettore in cui si diceva che ero accettato come sacerdote libero, per poter fare questo Istituto. Non ho danari e terreni da darti, disse, però ti do tutto i permessi. Dì ai superiori salesiani che d'ora in avanti non si interessino più né di tè, né delle ragazze. Per ora le ragazze stiano dove sono fino a quando troveremo un posto adatto per loro. Intanto domani mattina vieni a stare nella Procura da noi.

Passate alcune settimane fui chiamato dall'Ispettore che mi consigliò di chiedere la dispensa dei Voti della Congregazione Salesiana. Scrissi chiedendo la dispensa. Ebbi una visione con Don Bosco, l'ultima al quale chiesi tre cose: 1) come dovevo comportarmi personalmente. Rispose: diportati sempre con umiltà. 2) che formazione dare alle ispiranti dell'Istituto. Rispose: formale in tutto nell'umiltà in uno spirito di famiglia. 3) come lavorare. Rispose: in piena umiltà senza dare nell'occhio. Lo ringraziai e chiesi la sua assistenza, poi svanì.

Mentre stavo facendo gli esercizi annuali col clero delle Missioni estere di Parigi, il capo missione mi disse che non poteva darmi nessun permesso per fondare l'Istituto, perché non mi poteva poi dare degli aiuti che erano per i salesiani. Udito ciò promisi alla Madonna di non chiedere nulla agli uomini, ma tutto a Lei. Decisi di fare tutto con preghiera e lavoro incessante. Tale promessa fu mantenuta e continua ancora. La Madonna poi mi disse di pregare S. Giuseppe che mi avrebbe aiutato nelle difficoltà. Accettai il suo invito e dissi alle sodali di pregare fervorosamente S. Giuseppe. Le difficoltà poco a poco svanirono e la situazione finanziaria si stabilì. Pagammo tutti i debiti e comperammo altri terreni. Io intanto pensavo sempre alla frase che aveva detto la Madonna la prima volta: dopo sei posti fiorirà! E capii…

1) Posto: Chiesa – 2) Seminario – 3) Thavà – 4) Thamuang – 5) Ruan Chai 6) Soè Si Chan – 7) è l'attuale e l'Istituto va fiorendo. Erano le tappe che avevo passato per arrivare fino ad ora.”

Qui termina una parte delle memorie autografe di Padre Carlo Della Torre, è un po' il riassunto della sua vita per quello che riguarda il suo principale obiettivo ossia la fondazione di un Istituto di suore indigene. Ma padre Carlo durante la sua lunga vita, ha messo in pratica il Vangelo sempre e in moltissime altre occasioni, tra cui l'aiuto ai militari nei campi di prigionia durante la guerra, ha dimostrato un amore grande ed un servizio totale ai fratelli. Alcune testimonianze confermano questo amore verso questo “suo” prossimo. Un cappellano militare scrive dall'Olanda: “molto spesso i miei soldati parlano della cordialità e bontà dei Padri Salesiani e in modo particolare di Padre Carlo Della Torre”.

Da una lettera: dopo la resa del Giappone i prigionieri di diverse nazioni si riunirono alla Chiesa d Thamuang per il canto del Te Deum e per la S. Messa. Al termine il cappellano ringraziò noi e tutta la popolazione e pregò Padre Carlo di dire loro qualche cosa: disse: voi tornate ora alle vostre famiglie, portate ai vostri cari il saluto dei missionari e della popolazione che tanto vi ha amato e tanto vi ha compatito, ma voi non tornate tutti, voi lasciate i vostri cari morti qui in Thailandia. Ebbene dite alle famiglie di questi cari fratelli defunti che il loro cari non sono soli, con loro ci sono i missionari e quando l'angelo della morte bacerà la fronte dei missionari chiamando la loro anima a nuova vita, i missionari faranno seppellire i loro corpi di fianco ai vostri cari defunti, in attesa del grande giorno. Finito i soldati e gli ufficiali chiesero di vedere quel gruppetto di bambine che avevano dimostrato tanto affetto a loro e ai loro compagni. Li accontentai. Un ufficiale chiese poi a Padre Carlo cosa desiderava: egli disse, oggi è il giorno del perdono fraterno, se volete farmi un favore mandate a prendere ufficiali e soldati giapponesi vostri prigionieri poi reciteremo insieme il Padre Nostro, ognuno nella propria lingua. I poveretti piansero di gioia non credeva a se stessi, non finivano di ringraziare per avere dato loro questa gioia. Tutti loro quando rimpatriarono non dimenticarono mai questo grande uomo di Dio.

Abbiamo voluto riportare questi piccoli particolari per far capire a tutti Voi la grande Fede e il grande amore di questo nostro Missionario. Nonostante questo, per meglio conoscerlo avremmo dovuto scrivere molte e molte altre pagine, per tutto quello che ha fatto e insegnato alla sua gente e per tutto quello che ha lasciato in loro. Lo piangono in tanti; un parente ricorda che per il suo funerale delle interminabili code di gente dal mattino alla sera aspettavano il momento di poterlo vedere per l'ultima volta e dire davanti a lui una preghiera come sempre aveva insegnato loro. L'affetto di questa gente, le dimostrazioni di amore ci fanno capire quanto Padre Carlo nella sua vita interamente spesa per gli altri secondo l'esempio di Cristo fosse davvero considerato molto più che un missionario, ma una insostituibile guida, che forse non potranno più avere da nessun altro missionario. Anche noi che non lo abbiamo conosciuto personalmente ci sentiamo di ringraziarlo per averci dato un grande esempio di come il Vangelo sia la cosa più importante della vita; gli assicuriamo sempre il nostro ricordo e la nostra preghiera anche per tutta la sua comunità.